Saggio della prof.ssa Rosa Landa

Scena del ballo nel relativo film di Visconti.
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Il romanzo, Il Gattopardo, scritto tra il 1955 e 1956, pubblicato postumo nel 1958, fu uno dei maggiori casi letterari del II dopoguerra. Ebbe un eccezionale successo di pubblico; nel 1959 ricevette il Premio Strega, ma suscitò accese discussioni: alcuni critici lo considerarono un capolavoro della narrativa contemporanea, altri, soprattutto di sinistra, lo considerarono come un frutto fuori stagione, limitato a una prospettiva decadente o addirittura reazionaria, perché l’aristocrazia, nei suoi pregi e nei suoi vizi, è la classe sociale protagonista del romanzo.

Il romanzo, fin dal suo apparire ha suscitato molte polemiche sul contenuto e la forma: romanzo psicologico, decadente o storico? Romanzo della realtà o della memoria? Visione reazionaria delle vicende storiche italiane o lucida analisi del Risorgimento quale rivoluzione tradita?

All’epoca della prima pubblicazione, Giorgio Bassani, scopritore del manoscritto, così volle descriverne i pregi “Ampiezza di visione storica unita a un’acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso; delizioso senso dell’umorismo; autentica forza lirica; perfetta sempre, a tratti incantevole, realizzazione espressiva”.

La definizione, invece, più autorevole e recente è stata fornita dal critico Orlando Francesco, profondo conoscitore di Tomasi di Lampedusa. Egli afferma che Il Gattopardo è un romanzo né siciliano né italiano, ma europeo perché, come Proust o Yourcenar, chi narra lo fa con la voce di un rappresentante della nobiltà ( Il Gattopardo è l’unico romanzo che sia mai stato scritto con un punto di vista aristocratico interno) e insieme tesse sulla sua persona un romanzo storico moderno del sottogenere di memoria personale, nell’unico modo possibile nel Novecento di un romanzo storico, ossia immerso in un tempo ritrovato, presa di possesso di un mondo interiore.

L’autore, il principe siciliano GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA (nato a Palermo nel 1896 e morto a Roma nel 1957) scrisse quest’unico romanzo insieme storico e autobiografico, in cui l’autore rappresenta, sia se stesso sia il bisnonno Giulio, attraverso la figura di Don Fabrizio, principe di Salina, nel cui stemma di famiglia campeggia un gattopardo.
Il Principe vive il passaggio dalla Sicilia borbonica alla monarchia sabauda e segue la decadenza della sua classe sociale fino al 1910, ma è una trasformazione storica che lascia immutati gli antichi privilegi.

Fin dal I capitolo (il romanzo è diviso in 8 capitoli) campeggia imponente e maestosa la figura del protagonista,un intellettuale malinconico, e amletico, autoritario pater familias, stimato studioso di astronomia, sempre scontento e insofferente, si vede vivere come fosse spettatore della sua vita, contempla il trascorrere dei giorni senza prospettive, senza progetti, accontentandosi di fugaci piaceri, vede lo sfacelo economico del suo patrimonio ma non vi pone rimedio come se il disfacimento fosse ineluttabile, corteggia le donne e la morte (éros e tànatos)

Presentato da riflessioni dello zio,compare nel romanzo l’altro protagonista, il nipote Tancredi, nobile senza dote, che con atteggiamento opportunistico e cinico parteggia per i piemontesi e vede nel nuovo la possibilità di far carriera. E’ lui che pronuncia la famosa frase: “ Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?”(cap. I pag.42) Tancredi è arrivista e rampante, conserva, però, grazia e nobiltà di comportamento e il principe don Fabrizio lo preferisce ai suoi figli, è incantato dalla sua vitalità, dalla sua voglia di combattere e vincere, dalla sua elegante presenza nei salotti aristocratici. Gli importano solo le carte e le donne.

L’incontro con Tancredi ma anche quello con i contadini che amministrano la sua proprietà e lo derubano gli chiarisce che non c’è di mezzo una rivoluzione guidata da Garibaldi ma solo un cambio di ceto, piano piano, i più intraprendenti tra la borghesia si sostituiranno all’aristocrazia. Ma se l’aristocrazia è stata rappresentata da Gattopardi e Leoni, la nuova classe sociale, la borghesia fatta di arrampicatori cinici e avidi di facili guadagni sarà rappresentata da sciacalletti e iene.
Mentre questi fatti avvengono nella proprietà del Principe, la STORIA fa il suo corso: lo sbarco delle forze garibaldine nell’isola, la guerra tra i due eserciti, la vittoria di Garibaldi e poi delle truppe piemontesi.

Grazie a Tancredi, ormai inserito nell’esercito piemontese e insignito di medaglie al valore perché ferito durante la lotta contro i Borboni, la famiglia SALINA non perde i suoi privilegi, i Piemontesi vincitori vengono accolti in casa del Principe e trattati con tutti gli onori, e don Pirrone, ( confessore di Don Fabrizio) che dovrebbe essere espulso perché gesuita, proprio perché amico dei Salina può rimanere. Tutto rimane come prima. Rimangono gli antichi privilegi e quando i Salina si trasferiscono nella residenza estiva, a Donnafugata, la banda musicale del paese attende il loro arrivo, a riprova che nulla è cambiato.
Si inserisce nel romanzo un nuovo personaggio chiave: è don Calogero Sedara che rappresenta il prototipo del nuovo arricchito, è goffo e ignorante, ma intelligentissimo, sa condurre gli affari in modo spregiudicato, vuole fare carriera sotto i nuovi padroni, rappresenta la nuova classe sociale intraprendente.

Il suo capolavoro è la figlia Angelica, bellissima educata come un’aristocratica che, presentata al Palazzo Salina, incanta tutti, possiede l’invincibilità della donna di sicura bellezza (cap.II Pag.96) e, ovviamente anche Tancredi le sorrise trasognato.
Già alla fine del II capitolo il sistema dei personaggi e le tematiche di fondo sono ben delineati e Tomasi, attento osservatore della realtà, segnala il lento declino della sua classe sociale, l’aristocrazia inerte e imbelle e l’ascesa della borghesia intraprendente che si sposa con l’aristocrazia in difficoltà economica, rampante e arrivista. Le nozze di Tancredi e Angelica stanno a testimoniare la nascita di questa nuova classe sociale e la morte di un’epoca.

La morte come sempre atmosfera invasiva
E la MORTE è sempre presente in ogni pagina del romanzo, a cominciare dalla prima pagina, durante la recita del Rosario, dove la morte viene evocata ben 50 volte quante sono le ave maria: ora e nell’ora della nostra morte amen. Tomasi narra, ne Il Gattopardo il lento appassire della vita di un principe, di tutto un ceto, di un’epoca, di un’isola, di un popolo. La morte ne Il Gattopardo è presenza diffusa e consapevole, descrive il lento sfiorire delle cose. La visione della morte che Tomasi presenta non è quella di una vita che viene spezzata, di un albero troncato nel bel mezzo della fioritura ma il dissolversi nel nulla di una vita vissuta “senza costrutto, senza scopo”, per dirla con le parole di Pirandello, di una vita che si trascina stancamente nel groviglio dei problemi quotidiani, senza sentimento, senza emozioni.

La stessa scena del ballo, la più famosa perché vede il Principe danzare con la bellissima fidanzata del nipote Tancredi, Angelica, viene descritta soprattutto nei momenti più tristi, quello dello sgretolamento mattutino della festa mentre la nebbia avvolge tutto il paesaggio, avvolgendo in una cappa funerea campagne, città, paesi, uomini e cose.
La morte come lento declino della vita, la lunga frenesia del ballo senza perché assomigliano a quei palazzi che ormai non vengono più restaurati, muoiono anche’essi.
Anche le cose più care svaniscono, e persino la bellezza dei paesaggi siciliani, albe e tramonti, è sempre pesantemente offuscata da tinte variegate di nero. Non c’è mai una descrizione solo positiva, ogni descrizione del paesaggio possiede il suo senso di morte.

La morte come mesto appassire dei ricordi
Quando i personaggi de Il Gattopardo vengono ritratti immersi nei loro ricordi del tempo passato, non c’è gioia ma solo nostalgia e la consapevolezza di un lento morire: il patrimonio si va dissolvendo, la dinastia va estinguendosi, l’amore che univa Tancredi e Angelica è appassito, tutti i ricordi parlano di morte e lo sguardo dei personaggi è rivolto quasi sempre al passato, mai è proiettato verso il futuro.
Anche nei momenti più attraenti e piacevoli della vita si vive un’atmosfera di morte e i personaggi procedono come automi, incapaci di provare entusiasmo.

La morte dei siciliani che si ritengono perfetti
Nel famoso colloquio tra il Principe e Chevalley la morte è associata all’idea della vecchiaia e del sonno. La vecchiaia è la silenziosa e inoperosa anticamera della morte. Il Principe paragona i siciliani a una colonia vecchia e come la vecchiaia che non si difende, non produce, non programma, così anche la Sicilia che si lascia sempre invadere dall’esercito nemico come dalla morte Questo lapidario “siamo colonia” ripropone tutta la secolare dipendenza socio-culturale della Sicilia. Don Fabrizio è principe senza speranze e la sua Sicilia è agonizzante, arsa dal sole di agosto.

La morte di Don Fabrizio
La morte di Don Fabrizio è descritta nel capitolo VII.
Don Fabrizio muore coscientemente, tutta la sua vita è stata attesa della morte, per tutta la vita ha corteggiato la morte. Considerando la sua vita egli considera che, all’età di 73 anni, ha vissuto veramente forse due, al massimo tre anni. Egli paragona la vita a un viaggio per strade impervie e deserte come la disperazione (Leopardi). Si considerava un naufrago alla deriva su una zattera, solo, in preda a correnti indomabili. Oltre che ad echi leopardiani la sua definizione della vita ci fa pensare a Pirandello: “Ma la vita, a considerarla così, da spettatore estraneo, mi pareva ora senza costrutto e senza scopo; mi sentivo sperduto tra quel rimescolio di gente” ( Il Fu Mattia Pascal) E alla fine pietosa, la MORTE prende le sembianze di un’avvenente signora, una Venere compassionevole che lo aiuta nell’ultimo viaggio.

“Fra il gruppetto ad un tratto si fece largo una giovane signora; snella, con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure, con un cappello di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere una maliziosa avvenenza del volto. Insinuava una manina guantata di camoscio fra un gomito e l’altro dei piangenti, si scusava, si avvicinava. Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com’era si fosse arresa a lui; l’orario di partenza del treno doveva essere vicino. Giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo, e così, pudica, ma pronta ad essere posseduta, gli appaeve più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari.

“Il fragore del mare si placò del tutto”.

Prof.ssa Rosa Landa

P.S.: L’articolo in originale lo trovate qui.

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