Cosa spinge un autore a cimentarsi nel romanzo storico?

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Cosa ha spinto me a narrare la storia

matrona Mi ero sempre chiesto quali siano i motivi che spingono gli autori – e ora anche quelli che hanno spinto me, a farlo in prima persona – a scrivere di storia e, per di più, attraverso la narrativa e lo strumento del romanzo storico.

Le risposte – direi che sia meglio parlare al plurale – sono molteplici; in primis metterei la necessità di raccontare qualcosa di realmente accaduto in epoca antica, ma usando un linguaggio accessibile ai più, sfruttando la possibilità di poter spaziare con la fantasia fra realtà storica e fatti da inventare perché facciano da collante fra i vari eventi. Per raggiungere lo scopo però, bisogna aggiungere altri ingredienti che servano a rendere verosimile le vicende da narrare.

Fra questi, uno dei compiti più impegnativi, è l’invenzione dei personaggi di fantasia e la descrizione di quelli reali, la loro caratterizzazione e che siano confacenti all’economia del romanzo. Altri, non meno importanti, sono l’esposizione dei luoghi e degli ambienti in cui si svolgono le scene e la giusta cronologia degli avvenimenti storici all’interno del quale quei personaggi prenderanno vita, si muoveranno e lasceranno la propria impronta, per rendere più che credibili l’intreccio e la trama.

In definitiva ci sono due tipi di soddisfazione nello scrivere un romanzo di ambientazione storica. La prima consiste nel disegnare la storia in nuovi modi, colorando gli avvenimenti con l’aggiunta di particolari, intrecci e tratteggiandone gli ambienti. La seconda sta nel riuscire a trasportare il lettore in un epoca remota, qualunque epoca, prospettandogli uno straordinario viaggio con la fantasia, che ricorderà a lungo.

Nulla di più appagante dunque di veder le pagine piene di lettere che si adattano ai gusti e ai capricci dell’autore, animarsi a ogni parola aggiunta, e che allo sfogliare rispondono rivelando un segreto a ogni capoverso o, al massimo a ogni capitolo, rispondendo a qualsiasi domanda che il lettore si è posto qualche rigo prima. Nulla di più bello se non l’aver rispolverato un pezzo della nostra storia in cui si parla delle gesta di coloro che sono vissuti prima di noi, che non hanno lesinato il sacrificio della vita, per costruire il mondo così come noi lo conosciamo.

Imparando la storia per primo, l’autore cerca di trasmetterne l’essenza al lettore tramite il romanzo perché il narrare presuppone un lungo e profondo lavoro di studio e ricerca delle fonti a cui appoggiarsi, a cui far riferimento durante tutta la stesura, e un continuo consulto di appunti e di cartine.

Il fine, ma non l’unico e nemmeno l’ultimo, è quello di condurre per mano il lettore nelle pieghe della storia, in quel dato frammento storico particolare, con l’unica intenzione di fargli rivivere le situazioni, il modo di pensare degli individui del tempo e la vita stessa, propri di quel dato frangente.

Saper conciliare tutti questi elementi rappresenta la difficoltà maggiore per un autore di romanzi legati alla Storia. Riuscire a mantenere la stabilità fra tutti gli ingredienti. Il rischio è l’esporsi alle critiche di chi leggerà, se non avrà saputo dosare gli approfondimenti e la precisione dei dettagli.

La domanda a questo punto nasce spontanea: ma se bisogna raccontare la Storia, conviene farlo in modo preciso o alleggerire il racconto al massimo? Sia un eccesso che l’altro daranno fastidio al lettore?

La risposta, chiaramente, non è delle più facili, ma proviamo a darne qualcuna. Il mio pensiero, leggendo i miei romanzi preferiti, è che bisogna evitare qualunque descrizione superflua, anche dello stato d’animo dei protagonisti e lasciare che il lettore si faccia una propria personale idea e che faccia volare la propria fantasia. Bisogna insomma lasciare al lettore una propria autonomia (sapendo già che sarà sistematicamente smentito nel corso della lettura da colpi di scena imprevedibili) immedesimandosi sia nei personaggi che con lo stesso scrittore…

La vera sfida per un autore in definitiva è quella di immaginare lui per primo, e quindi narrare rendendo commestibili quei fatti e quelle vicende uniche – cercando di renderle abbastanza verosimili e reali – presentandole al lettore come fossero incastonate nelle pieghe della storia che conosce, ma cercando, allo stesso tempo, di rendere giustizia alla vera storia che, in certi casi, è taciuta ai più.

Solo con una simile impostazione le vicende dei protagonisti risalteranno sullo sfondo della storia senza esserne oscurate e i lettori potranno immedesimarsi nei fatti raccontati. È questa, per me, la vera sfida che l’autore deve affrontare.

La sfida è tanto più ardua poi, quanto più l’epoca è lontana da quella vissuta dall’autore, e soprattutto quanto più remota a quella del lettore, per la maggiore diversità. Come nel caso del periodo imperiale romano o a quello repubblicano o, infine, ancora più remoto.

Quale sentimento, dunque, ha animato la mia penna?

Non saprei dire se il risultato potrà soddisfare appieno  il palato di tutti i miei lettori, di coloro che vorranno onorarmi nel leggere Il tribuno pretoriano, ma posso affermare con certezza che, in questo mio romanzo, ho cercato innanzitutto di profondere tutto me stesso, le mie energie e il mio sapere.

Pino Campo

 

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